La storia del caso
L’omicidio di Marco Vannini, ventenne di Cerveteri, scosse l’Italia nel 2015. Il ragazzo morì la notte tra il 17 e il 18 maggio a Ladispoli, in casa della fidanzata Martina Ciontoli. Antonio Ciontoli, padre di Martina, sparò a Marco con una pistola calibro 9. Dopo tre processi, la Cassazione condannò definitivamente l’intera famiglia Ciontoli nel 2021.
Le indagini sul caso Marco Vannini
Inizialmente Antonio Ciontoli raccontò agli inquirenti una versione contraddittoria dei fatti. Secondo la sua ricostruzione, lo sparo fu accidentale. Tuttavia, le perizie balistiche dimostrarono che Marco venne colpito al torace mentre si trovava in bagno. Gli investigatori notarono subito anomalie nelle telefonate ai soccorsi. Infatti, la famiglia Ciontoli minimizzò la gravità della ferita durante le chiamate al 118. I carabinieri di Ladispoli aprirono un’indagine per omicidio volontario. Inoltre, emersero cancellazioni di conversazioni telefoniche successive allo sparo. La dinamica della vicenda presentava elementi di depistaggio. Perciò gli inquirenti contestarono anche l’occultamento di prove.
Il processo e le sentenze
Il primo processo si concluse nel 2016 con condanne lievi per omicidio colposo. La Corte d’Assise di Roma riconobbe ad Antonio Ciontoli attenuanti generiche. Contemporaneamente, Martina Ciontoli, Federico Ciontoli e Maria Pezzillo ricevettero condanne per favoreggiamento. La famiglia di Marco Vannini, guidata da Valerio Vannini, reagì con indignazione alla sentenza. Di conseguenza, la procura generale presentò ricorso in appello. Nel 2019 la Corte d’Assise d’Appello di Roma ribaltò la prima sentenza. Dunque Antonio Ciontoli fu condannato a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale. Anche i familiari videro aumentare le pene per concorso in omicidio.
Sentenze e gradi di giudizio
Nel 2021 la Cassazione confermò definitivamente le condanne per l’intera famiglia. Antonio Ciontoli ricevette 14 anni di reclusione. Inoltre, Martina Ciontoli, Federico Ciontoli e Maria Pezzillo furono condannati a 9 anni e 4 mesi ciascuno. La Suprema Corte riconobbe il concorso in omicidio volontario con dolo eventuale. Peraltro, i giudici evidenziarono il ritardo doloso nei soccorsi e le false informazioni al 118. Il caso Marco Vannini sollevò un ampio dibattito pubblico sulla giustizia italiana. In realtà, la vicenda presenta analogie con altri casi complessi come l’omicidio di Nada Cella. Allo stesso modo, destò indignazione il caso di Willy Monteiro Duarte.
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